Quasi 150 giornalisti arrestati, migliaia licenziati e tra le vittime delle “purghe” anche Kadri Gürsel, invitato al Festival Internazionale di Giornalismo Imbavagliati di Napoli

di Marco Cesario
Non basta la scia di sangue che si prolunga già nel 2017 nella buia notte di Capodanno ad Istanbul (con l’attacco alla discoteca Reina che ha provocato 39 morti), una scia fatta di 345 morti e quasi 1500 feriti in un solo anno. Nell’annus horribilis di una Turchia in preda ad un vortice di violenza che sembra non avere fine, a farne le spese sono i giornalisti che continuano coraggiosamente a scrivere, a pubblicare, ad informare, nonostante il muro di gomma innalzato dal governo turco. Ma i numeri sono impietosi. Secondo la Piattaforma di Solidarietà per i Giornalisti arrestati (TGDP) ed i sindacati turchi ad oggi sono rinchiusi in prigione ben 146 giornalisti. Un numero impressionante, che la dice lunga sullo stato di assedio che vive la stampa libera in Turchia, divenuta da diversi anni oramai la più grande prigione al mondo per giornalisti. Tra questi anche il giornalista Kadri Gürsel, ospite d’onore del Festival Internazionale di Giornalismo Imbavagliati (ideato ed organizzato da Désirée Klain ), che a settembre scorso ha dovuto disdire l’appuntamento per timore che gli venisse ritirato il passaporto in aeroporto e che oggi si trova in prigione da due mesi senza uno straccio di prova. I suoi timori erano effettivamente fondati. Nel solo terzo trimestre del 2016 le autorità turche hanno revocato ben 775 tessere stampa e confiscato ben 46 passaporti a giornalisti che tentavano d’imbarcarsi dall’aeroporto di Atatürk. Nello stesso periodo 173 organi di stampa sono stati chiusi (televisioni, radio, giornali, case editrici) ed almeno 2.500 giornalisti e operatori che lavorano coi media sono stati licenziati o si sono trovati senza lavoro a causa del giro di vite seguito alla proclamazione dello stato d’emergenza. Kadri Gürsel scriveva su Cumhuriyet, uno dei più importanti quotidiani d’opposizione, un quotidiano che affonda le proprie radici nella storia kemalista e laica della Turchia. Gürsel, insieme ad altri giornalisti, è accusato di “connivenza con organizzazioni terroristiche” (la comunità Fethullah Gülen ed il PKK). Difficile, però ,credere a queste accuse. In quanto Gürsel ha sempre denunciato le derive del gülenismo e lo ha fatto anche in tempi non sospetti, ovvero quando il potente imam era ancora alleato di Erdogan. Né si puo’ dire che possa essere simpatizzante del PKK. Nel Marzo del 1995, infatti, quando lavorava all’AFP, fu catturato sulle montagne e tenuto in ostaggio dal PKK per un mese. Il problema potrebbe risiedere nell’odio viscerale del presidente Erdogan verso tutta la stampa non asservita ed in special modo verso il quotidiano Cumhuriyet, che nel Maggio del 2015 ha pubblicato le foto del passaggio di alcuni camion pieni di armi verso la Siria controllata dai jihadisti. La foto, che dimostrava inoltre la connivenza dei servizi segreti turchi, ha scoperchiato il vaso di Pandora di un’autostrada della jihad avallata dal governo turco ed i legami incestuosi di quest’ultimo con lo stato islamico. All’epoca, come oggi, il nemico giurato restano i Curdi non certo i jihadisti. Per quelle foto Can Dündar, all’epoca redattore capo del quotidiano, è stato condannato a 5 anni di prigione, ma è riuscito a fuggire in esilio in Europa, non senza rischiare prima di essere assassinato. Une delle ultime vittime eccellenti delle purghe è il giornalista d’investigazione Ahmet Åžık arrestato per “vilipendio dello Stato, delle sue forze di polizia e di quelle militari”, e per aver fatto, secondo l’accusa, propaganda terrorista su Twitter per conto del PKK, il DHKP-C e della Comunità Fethullah Gülen. Quest’ultima accusa in particolare risuona beffarda e paradossale dato che Åžık è stato il primo a denunciare le infiltrazioni della comunità Gülen nelle forze di polizia turche nel suo libro “L’Esercito dell’Imam”. Il libro è stato confiscato e distrutto dalle autorità turche nel 2011 e poi pubblicato dalla casa editrice Postaci grazie ad un’iniziativa di 125 tra giornalisti, accademici, intellettuali. Nell’ultima settimana la polizia turca ha fermato anche 45 ex impiegati della radiotelevisione di Stato turca TRT (arrestandone 29) nell’ambito di un’inchiesta partita dal tribunale di Ankara con l’accusa di aver utilizzato l’applicazione per smartphone  ByLock durante il tentativo di golpe del luglio scorso. Le purghe non risparmiano neppure i social. Oltre 10 mila persone sono state messe sotto inchiesta a causa di post incriminati su Facebook, Twitter o YouTube. In totale, si calcola che dal colpo di stato del 15 luglio scorso ad oggi oltre 100mila persone siano state licenziate o sospese ed oltre 40.000 arrestate. Cifre da capogiro. Giornalisti, magistrati, intellettuali, artisti, scrittori, accademici, insegnanti, deputati: tutti oramai sono passati o passeranno prima o poi sotto le forche caudine del regime fino a trasformare questo paese non solo nella più grande prigione al mondo per giornalisti ma in una delle più grandi prigioni al mondo tout court.

@marco_cesario

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