NAPOLI. La persecuzione nei confronti dei giornalisti dei governi di Maduro ed Erdogan è stato il tema affrontato durante la seconda giornata, il 22 settembre, di “Imbavagliati”, Festival Internazionale di Giornalismo Civile. Durante il convegno, il pubblico ha avuto la possibilità di ascoltare le significative testimonianze di Tulio Hernandez dal Venezuela e Fehim Taştekin dalla Turchia.

Al dibattito hanno partecipato Ottavio Ragone, direttore de “La Repubblica Napoli” e Marco Cesario, corrispondente da Parigi per Linkiesta, Pagina99 e The Post Internazionale, specializzato sul Mediterraneo e il Medio Oriente arabo – musulmano. L’incontro si è chiuso con una lezione di satira del regista e illustratore Enrico Caria.

Fehim Taştekin, cronista turco rimasto senza lavoro a causa delle pressioni esercitate dal governo nei confronti delle testate con cui collaborava è, attualmente, sotto inchiesta per aver scritto un libro ritenuto “prova di reato”. Ha tracciato il quadro della repressione esercitata dal governo di Erdogan sui giornalisti. 180 organi di stampa chiusi con decreti presidenziali, 10 mila addetti del settore senza lavoro, 2700 i giornalisti licenziati a causa delle pressioni del governo, 800 tesserini ritirati, beni confiscati a 54 giornalisti, 130 cronisti dietro le sbarre: sono queste le cifre che danno il senso della censura messa in atto dal presidente turco.

“Le rivolte di Gezi Park, hanno avuto un effetto traumatico su Erdogan perché per la prima volta ha sentito di rischiare di perdere potere. Il governo ha praticamente stretto la corda intorno al collo dei giornalisti. Ha avuto inizio un processo di demonizzazione di tutti i nemici e traditori, tipico dei leader fascisti. Erdogan ha tentato di consolidare i sui poteri tra i movimenti nazionalisti polarizzando la comunità turca con un linguaggio offensivo, minacciando le minoranze religiose – ha spiegato Taştekin-in questo modo ha cooptato un braccio civile, che è a suo sostegno ed a favore della distruzione del movimento curdo. Il Presidente è convinto che la politica della tensione e del conflitto possa spianargli la strada per garantirgli potere a vita. Alimentare la tensione è strumentale alla realizzazione del suo sogno. Oltre alla guerra ingaggiata contro i Curdi, ha potuto far leva su un altro fattore: il tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016. Da quel momento la fase dell’oppressione è peggiorata nettamente. Per lui è stata la manna dal cielo usata come espediente per dichiarare lo stato di emergenza e fare un giro di vite ulteriore su tutte le forze di opposizione”.

Dalla censura perpetrata con violenza dalle autorità turche, a quella più sofisticata del regime di Maduro in Venezuela. “Durante l’intervento di Taştekinho avuto la sensazione che Maduro e Erdogan fossero fratelli gemelli”,ha esordito Tulio Hernandez, giornalista venezuelano costretto a lasciare il suo Paese perché, durante un intervento televisivo, il presidente disse forte e chiaro che dovevaessere arrestato a causa dei suoi tweet che incitavano all’odio e al colpo di Stato.

“Per la prima volta da molto tempo in America Latina non c’è dittatura. Il Venezuela, invece, si sta trasformando sempre più in un regime dittatoriale dove l’apparato militare è quello con più forza. Più che una dittatura, lo definirei un neo- autoritarismo – ha dichiarato Hernandez – ovvero un regime politico che vuole mantenersi con la maschera della democrazia. Per questo motivo in Venezuela non ci sono detenuti politici come in Turchia, né carcere per i giornalisti”. Sollecitato dalle domande di Ragone, Hernandez ha spiegato che quella venezuelana è una censura più sottile, che non sempre fa ricorso alla violenza, ma agisce attraverso altre modalità: come l’acquisto da parte di privati vicini al governo degli organi di stampa, o ancora, il ricatto giuridico, che obbliga i giornalisti all’autocensura, per evitare processi.

“Il Venezuela ha in questo momento l’apparato di comunicazione statale più grande della storia dell’America Latina di tutti tempi. Centinaia di istituzioni dei mass media che difendevano la democrazia sono diventate di fatto appendice del servizio pubblico radio diffusione bolìvariana – ha continuato Hernandez – Lo Stato possiede due televisioni nazionali, 300 emittenti locali, e circa 40 radio. Per non parlare dei giornali locali distribuiti gratuitamente. In una dittatura la censura è preventiva, nel comunismo il problema non si pone: la comunicazione è solo statale come il caso di Cuba. Quelli che io chiamo neo- autoritarismi hanno invece interesse a mantenere dei simulacri di democrazia, ma sono tutt’altro”.

 

ph. Stefano Renna

Video a cura di Rossella Grasso

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