Si chiamava Khaled Said, era un ragazzo egiziano di 28 anni torturato e ucciso dalla polizia. La sua vicenda fu una delle ‘scintille’ che fece accendere nel 2011 la ‘primavera araba’ con lo slogan Siamo tutti Khaled Said, titolo anche di una pagina Facebook da tre milioni like in pochi mesi. La sua storia è stata ricordata non a caso oggi, nella riunione di redazione di ‘Imbavagliati’ che ha preparato la giornata ‘Siani per Regeni’ in programma domani al Pan. L’idea di dedicare il ricordo di Siani al giovane ricercatore italiano divenuto un simbolo ha suscitato l’interesse degli ospiti internazionali del festival, che l’hanno accolta in pieno suggerendo similitudini con la storia di Khaled Said.

Giulio è morto come un egiziano, questo quello che le voci libere dall”Egitto hanno voluto raccontare al mondo – spiega il siriano Fuad Roueiha –  la vicenda di Giulio è servita anche a far capire quello che in Egitto è purtroppo normalità e a riaccendere i riflettori sulle sparizioni forzate nei paesi arabi, storie spesso dimenticate. Certo c’è anche chi ha pensato che il clamore del caso Regeni fosse montato per screditare il regime, una specie di complotto contro il governo…”.

Sul caso Regeni aggiunge “ricordiamo che Giulio compiva la sua ricerca sui sindacati,un argomento poco esplorato perchè nessuno si interessa ai veri sommovimenti della società egiziana, e questa cosa era sicuramente  sgradita al regime, un regime che si sente talmente forte da poter uccidere un cittadino italiano. Credo che l’Italia che con quel paese ha da sempre legami forti debba sentirsi umiliata rispetto alle risposte ricevute”.

Ali Anouzla, giornalista dal Marocco conferma “conosciamo bene il caso Regeni e la verità è lontana, sappiano del coinvolgimento dei servizi segreti e che il governo egiziano non vuole dare spiegazioni attendibili.Il percorso di Regeni e quello Siani può essere messo in parallelo, è molto nobile che sia pensato ad una giornata per loro, purtroppo non sono più tra noi e non potranno mai ricevere un premio per le loro verità. Speriamo che l’eco si quello che stiamo facendo a Napoli spinga verso la giustizia”.

Oxana Chelysheva aggiunge “Non è importante se parliamo di giornalisti, attivisti o ricercatori, tutti devono essere messi in condizione di fare il proprio lavoro, è un problema globale e nelle zone di guerra si acuisce. Spesso le morti dei giornalisti venivano fatte passare come accidentali. Voglio ricordare anche la storia di Andrea Rocchelli, il fotoreporter ucciso in Ucraina sulla cui vicenda non è mai stata fatta chiarezza”.

Andrei Babitsky ha raccontato la sua esperienza di perseguitato per il suo lavoro. Nel 2000 è stato fatto prigioniero in campi di concentramento per ceceni. ”Il governo russo voleva scambiarmi con dei militari russi presi dai ceceni,una cosa mai accaduta credo nella storia del giornalismo. Sospetto che in realtà volessero eliminarmi. Sono convinto di essere vivo solo per la grande solidarietà dei giornalisti russi che in ogni conferenza stampa chiedevano alle autorità della mia vicenda ed hanno tenuto alta l’attenzione”.

Testo raccolto da Francesca de Lucia

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