Sina Dehghan è stato arrestato quando aveva 19 anni per aver postato sul social media LINE alcuni commenti contro l’Islam e il Corano. La condanna a morte nei suoi confronti è stata confermata dalla Corte Suprema Iraniana.

Il suo caso è basato su una confessione estorta dalla polizia: se Dehghan avesse confessato di aver offeso l’Islam e firmato una lettera di pentimento, sarebbe stato liberato.

Il Codice Penale Iraniano prevede la pena di morte per la violazione dell’Articolo 262, che in sintesi giudica qualsiasi insulto al Profeta un crimine. Però l’Articolo 263 dello stesso Codice Penale afferma che la sentenza può essere ridotta a 74 frustate se gli insulti sono frutto di rabbia o di un errore.

Purtroppo, la famiglia  di non poteva permettersi una difesa adeguata per problemi economici. L’avvocato d’ufficio non ha difeso il giovane in maniera appropriata durante il processo, non essendosi appellato all’articolo 263 per la confessione estorta a Dehghan. In più, una fonte anonima ha riportato che alla famiglia del giovane è stato ordinato di non rendere pubblico il caso, con minacce di ritorsione.

In pratica, si tratta di un ennesimo episodio di abuso d’autorità. Mentre i governi di tutto il mondo aumentano la sorveglianza per monitorare le comunicazioni di potenziali terroristi, il governo iraniano usa le stesse tecniche per moltiplicare gli abusi del regime islamico, controllando ciò che pubblicano i civili sulle piattaforme di comunicazione digitale. E un giovane uomo ne pagherà le conseguenze.

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