Riceveva minacce da tempo, ma non si è mai fermata.

Mina Mangal, giornalista e attivista è stata uccisa ieri mattina presto sulla soglia di casa, a colpi di pistola. I testimoni parlano di un vero e proprio agguato: uomini con il volto coperto hanno prima sparato alcuni colpi in aria per disperdere i passanti. Poi hanno mirato al cuore e alla testa di Mina.

Le autorità hanno promesso di indagare sul caso, per comprendere se è un omicidio di natura personale o matrice terroristica poiché la donna era nota come attivista per i diritti sulle donne Afgane e le critiche al fondamentalismo religioso e alla corruzione.

Secondo Reporters Without Borders, l’Afghanistan è tra i tre paesi più pericolosi al mondo per la stampa, insieme con Siria e Messico. Solo nel 2018 sono stati uccisi 15 giornalisti. Per non parlare di vecchi casi come quello della poetessa Nadia Anjuman, ammazzata dal marito per aver declamato le sue poesie in pubblico. O quando nove tra reporter, fotografi e cameraman hanno perso la vita a Kabul in un duplice attentato rivendicato dall’Isis, causando almeno 25 morti.

C’è da augurarsi che questi crimini non rimangano impuniti e le autorità provvedano effettivamente a cercare un colpevole, in modo che la libertà di stampa, di espressione, i diritti per le donne non siano solo un’utopia ma qualcosa su cui contare, anche in Afghanistan così come nel resto del mondo.

 

di Eva Serio

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