“Aleppo è la città più pericolosa per i giornalisti siriani”. Con questa dichiarazione Fouad Roueiha inizia la conferenza dedicata alla guerra in Medio Oriente dal titolo Informazione indipendente: unico garante per un futuro democratico in Siria.

Il primo giornalista a intervenire è Rami Jarrah, tramite video conferenza. Direttamente dal fronte Jarrah spiega il motivo per cui non è potuto essere presente di persona: “Sono stato arrestato a febbraio con l’accusa di essere una spia e un possibile membro dell’Isis. Mi hanno rilasciato con un foglio di via ma, contemporaneamente, la Turchia ha emesso un decreto di interdizione per il mio viaggio. Perciò sono letteralmente bloccato qui”.

Durante il suo intervento, egli chiarisce perché le statistiche sui giornalisti uccisi in Siria non sono esatte. Ci sono molte persone che si improvvisano reporter pur di raccontare quanto avviene nel loro paese. Perciò, se la definizione di “giornalista” abbracciasse tutti coloro che effettuano questo lavoro, il numero di cronisti uccisi sarebbe molto maggiore.

La Siria, inoltre, è un vasto territorio, attualmente. suddiviso in diverse aree controllate dal Regime o da gruppi ribelli, dall’Isis, dal Daesh o dall’amministrazione curda. Le zone dov’è più difficile svolgere il ruolo di giornalista sono quelle sotto il controllo del Regime di Assad a causa della forte repressione esercitata nei confronti della libertà di espressione.

Per quanto riguarda la parte governata dai ribelli dove, oltre a numerose milizie armate, è presente anche la branca siriana di Al Quaeda, Rami Jarrah ha potuto constatare che esiste molta più libertà di stampa rispetto alle altre aree. Ovviamente, anche qui fare il giornalista è molto pericoloso perché ci sono zone soggette a bombardamenti continui, anche con armi chimiche. Spesso il reporter rischia di essere vittima di un rapimento allo scopo di ottenere un riscatto.

Il paradosso è che non ci sono vie ufficiali per superare il confine turco per arrivare in Siria, ci sono soltanto vie illegali per farlo. Bisogna essere tenaci ed esporsi personalmente, altrimenti le uniche notizie che arrivano sono quelle di chi ha facilmente accesso alla Siria, cioè i cronisti pilotati dal Regime.

Siruan H. Hossein racconta di quando hanno dato alle fiamme la sede centrale di Arta FM, una radio indipendente da lui fondata. Lo definisce attacco terroristico, anche se i suoi artefici erano funzionari dell’amministrazione, la stessa che aveva concesso i permessi e le licenze. La sua risposta a questi attacchi è stata aprire la sede della sua radio in altre cinque città. Attualmente, Arta FM conta 65 dipendenti e sono tutti felicissimi di poter dare un contributo alla costruzione della democrazia siriana.

La strategia adottata dal Regime è di portare i cittadini all’esasperazione in modo da arrendersi ai voleri del potere centrale. Soffocare economicamente le popolazioni finché la situazione, ormai divenuta intollerabile, li costringe alla resa.
Pur di non dargliela vinta, nell’hinterland siriano i cittadini hanno imparato a mangiare cavallette ed erbacce. Coltivano terre all’interno dei palazzi distrutti dalle bombe. Ma quando i raccolti sono pronti, il regime li brucia con il Napalm. Gli ospedali sono costantemente bombardati e gli aiuti umanitari raramente giungono a destinazione.

Senza i media indipendenti, non ci sarebbe informazione libera. In Siria radio, giornali, riviste online funzionano grazie a persone che mettono a repentaglio la loro vita pur di attuare la democratizzazione del paese.

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