NAPOLI. “Muri d’acqua: i naufragi politici in Libia ed Egitto” è stato il titolo della seconda conferenza del 23 settembre, che ha visto la partecipazione del giornalista Salah Zater (Libia), del regista egiziano Maged El Mahedy. Ha moderato l’incontro, Fouad Roueiha, responsabile per la Siria di “Osservatorio Iraq – Medio Oriente e Nord Africa” ed esponente del comitato “Kaled Bakrawi”. Zater è un giornalista libico, ha lavorato come reporter per la televisione Al-Aseema, realizzando numerose inchieste investigative sullo sfruttamento minorile, gli abusi sessuali, il traffico di droga e di armi, e la tortura. Organizza conferenze internazionali, che ospitano artisti, attivisti, scrittori e giornalisti da tutto il mondo, che si occupano di libertà di stampa e diritti umani. El Mahedy, regista egiziano di origini, romano d’adozione, impegnato, da tempo nel nostro Paese, a sensibilizzare il suo pubblico nei confronti di temi forti come l’integrazione, attraverso una chiave di lettura leggera, che l’ha fatto conoscere nel mondo dei documentari a sfondo sociale. Giornalista radiofonico, autore di trasmissioni, speaker e conduttore, Fouad Roueiha, è project manager nell’ambito della cooperazione internazionale nel campo dei media. Traduttore di sceneggiature cinematografiche, interprete di conferenze pubbliche ed incontri istituzionali. Nel corso della conferenza è intervenuto anche Yaya Sangare, immigrato ivoriano, che ha perso tutto nel viaggio verso l’Italia. “Prima dell’imbarco ci è stato detto che avremmo preso una nave – ha raccontato Yaya – ma una volta arrivati sulle coste libiche abbiamo visto che l’imbarcazione era una nave gonfiabile, con una capienza di massimo 100 persone. Noi ne eravamo circa 157, dei quali 80 tra donne e bambini. Siamo stati spinti con la forza sulla “nave”, che dopo due ore di navigazione si era forata. Io, mio cugino e gli altri ragazzi, abbiamo cercato per ore di svuotare l’imbarcazione dall’acqua, che continuava ad entrare. Ma una volta giunti in acque internazionali l’imbarcazione ha ceduto. Arrivati a quel punto, dove si è circondati solo da lunghe distese di acqua salata, le uniche parole che le mie labbra riuscivano a pronunciare erano delle preghiere. Lì capisci che la tua vita è interamente nelle mani di Dio e nessun essere umano può sopravvivere ad un’esperienza così senza esserne traumatizzato. La nave gonfiabile ad un certo punto si è chiusa su sé stessa e le persone che erano rimaste all’interno, compreso me, erano state inglobate dal mare. Prima del collasso dell’imbarcazione avevo affidato mia figlia Deborah di 3 anni a delle persone, e stringevo tra le braccia il piccolo di 8 mesi. Quando sono riemerso mi sono accorto che mio figlio era morto e non so come io sia uscito vivo da quella circostanza. Dopo qualche ora, sono arrivate delle navi di soccorso e in quel momento abbiamo iniziato ad urlare per ricevere aiuto. L’acqua ci arrivava al petto e chiedevamo di salvare almeno le sei donne e i tre bambini rimasti in vita. Quando ci hanno soccorsi non ho voluto ricevere aiuto perché la mia famiglia, eccetto mia figlia di tre anni, era interamente morta. Solamente dopo essermi accertato che i corpi dei miei figli e di mia moglie erano stati recuperati, ho accettato aiuto”. Una storia che ha commosso l’intera sala e che ha posto l’attenzione su un altro tema importante: le morti in mare. Durante il Festival “Imbavagliati”, si è più volte ricordato che ormai i numeri delle persone che perdono la vita nel Mediterraneo sono inaccettabili. L’anno scorso sono state 4.733.

ph. Stefano Renna

Share This
jQuery(function($){ $('.et_pb_post_slider .et_pb_slide').click(function(){ var url=$(this).find('.et_pb_more_button').attr('href'); if (url) { document.location = url; } }); });