Ieri al Palazzo du Mesnil si è tenuto un incontro internazionale sulla questione saharawi, dal titolo “Il mancato mandato sui diritti umani alla MINURSO nel piano di pace per il Sahara Occidentale e le sue conseguenze sulla popolazione civile 26 anni dopo”, organizzata da TIRIS, associazione di solidarietà per il popolo Sahrawi onlus.

Il Prof. Cataldi ha introdotto mettendo a confronto la questione saharawi con quella indonesiana. “In entrambi i paesi regnava la dittatura” ha dichiarato il professore “solo che l’Indonesia è riuscita ad ottenere l’indipendenza, mentre gli saharawi si battono tuttora per ottenerla.”

“Nel 1975 il Marocco occupa il Sahara Occidentale, di dominio spagnolo, pretendendo il diritto sovrano sul territorio” ha spiegato il Dott. Bastagli, capo della MINURSO. “Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non ha reagito, nonostante le 120 risoluzioni a sua disposizione. E’ seguito l’inevitabile conflitto tra Fronte Polisario e il governo del Marocco che ha portato come conseguenza, agli inizi degli anni ’80, la costruzione di un muro che è il più lungo al mondo dopo la Muraglia Cinese.”

Nel 1991 finalmente arriva l’accordo tra le parti. Non si tratta di una pace, ma di una tregua, un classico ‘cessate il fuoco’. Il cosiddetto ‘Piano Baker’, approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, è un provvedimento che prende il nome appunto da James Baker, inviato speciale delle Nazioni Unite per il Sahara occidentale, e prevede l’istituzione di un referendum. Finalmente il popolo saharawi potrà votare per l’indipendenza. Il Marocco però respinge il Piano Baker. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nonostante abbia approvato il Piano, non sottopone il governo marocchino ad alcuna sanzione.

“Il capitolo 11 della Carta dell’Onu è dedicato ai territori che non godono di autonomia. In base ad esso, le Nazioni Unite hanno l’obbligo di tutelare il paese che desidera ottenere l’autodeterminazione”, continua Bastagli. “A tale scopo deve essere nominata una commissione che ogni anno presenta un report riguardante temi come la salute, il rispetto dei diritti umani, l’istruzione, l’autogestione amministrativa. Questi rapporti vengono poi discussi in Consiglio. Ma, nel caso del Sahara Occidentale, non è mai stata designata alcuna commissione. Di conseguenza non sono mai stati stilati report sulla situazione saharawi. Si assiste pertanto a un vuoto informativo che, ancora oggi, non è stato colmato”.

Il governo del Marocco rimane perciò impunito per l’illegittima presenza delle sue truppe nel territorio del Sahara Occidentale. Esiste un “Gruppo dei paesi amici della decolonizzazione del S.O.” formato da Russia, Inghilterra, Stati Uniti, Spagna e Francia. “Come possiamo notare, non sono presenti paesi africani che hanno già vissuto l’esperienza storica della decolonizzazione i cui membri, al contrario, sono tutti a favore della posizione marocchina. Ciò accade perché il Marocco approfitta delle risorse naturali presenti nel Sahara Occidentale, per concedere l’autorizzazione anche ai paesi esteri di pescare nelle acque territoriali. D’altronde anche fra gli europei vige l’incertezza perché Francia e Spagna, per esempio, sono ancora in possesso di alcuni territori nello stato africano. Ecco perché l’Unione Europea e l’Unione Africana, a causa di questi conflitti di interesse, non agiscono per sbloccare la situazione.” spiega il Dott. Bastagli.

Riccardo Noury, Presidente di Amnesty International Italia, intervenuto in live call, ha sollevato il problema della presenza di mine terrestri all’interno del territorio saharawi. Dal 1975 ad oggi ci sono state 2500 vittime, tra cui, nel maggio 2016, una bambina di 12 anni.

“Nell’ottobre del 2010 c’è stata una manifestazione nel Sahara Occidentale, che ha colto di sorpresa anche il Fonte Polisario”, ricorda Nicola Quatrano, magistrato e Presidente dell’Osservatorio sui Diritti Umani. ‘Un gruppo di circa 20.000 persone si è autorelegato in un campo a pochi chilometri da El Aaiun per dimostrare la propria emarginazione. All’inizio il governo marocchino la considera una protesta sociale ma, quando comprende che si tratta di una richiesta di autodeterminazione, fa intervenire l’esercito per smantellare il campo. Il Marocco impedisce inoltre l’entrata di informatori indipendenti, perciò nessuno sa esattamente cosa sia accaduto. La cosa certa è che ci sono stati scontri violenti a seguito dei quali sono arrestati 25 saharawi. Anche le persone già in carcere sono state incolpate di aver preso parte alla protesta. Sono tutti accusati di associazione per delinquere”, spiega Quatrano.

Il Tribunale Militare Marocchino, però, non ha giudici indipendenti perciò non c’è possibilità di ricorrere in appello. La motivazione della sentenza di fatto è un questionario, senza nessun commento. Alle domande si risponde barrando la casella “sì” oppure “no”, senza dare ulteriori motivazioni.

Nel frattempo la Costituzione marocchina viene cambiata. Le differenze con la vecchia sono poche, ma consentono la sospensione della sentenza contro i 25 saharawi imputati.

Il caso è trasmesso alla Corte d’Appello Civile e nel frattempo ‘il Comitato ONU contro la tortura’ condanna il Marocco per torture e maltrattamenti nei confronti degli imputati. Il processo ricomincia ed è tuttora in corso. Questa volta, però, è aperto ad osservatori stranieri, con la presenza di traduttori. Dopo 6 anni è stata addirittura fatta una perizia per stabilire se all’epoca dei fatti gli imputati furono picchiati. Vengono ascoltate le testimonianze ma, quando si fa cenno a critiche nei confronti del Governo, agli avvocati difensori viene tolta la parola. “E’ una farsa per compiacere la comunità internazionale”, conclude Quatrano.

A questo punto, interviene El Ghalia Djimi, attivista per il Popolo Saharawi, che racconta la sua esperienza di testimone vivente di quanto affermato finora. Ghalia è stata tenuta prigioniera per 3 anni e 7 mesi con gli occhi bendati, torturata, violentata. Non ha più i capelli a causa di prodotti chimici con cui le hanno bruciato la cute. Sulla pelle porta ancora visibili i segni di morsi.

Eppure i suoi persecutori sono ancora piede libero. Addirittura sono diventati leader dell’Intelligence marocchina. Uno di loro è stato nominato Direttore dell’Agenzia Penitenziaria del Marocco. E tutto questo avviene perché il regime marocchino gode di assoluta impunità.

Ghalia, insieme ad altri compagni di sventura, registra tutte le violazioni dei diritti umani perpetrate nel tempo nei confronti dei saharawi, specie quelli ‘spariti’, di cui non si sa più nulla.

Accanto ai maltrattamenti fisici, il regime marocchino commette anche abusi di natura economica. Coloro che percepiscono un reddito dipendente dal governo possono perdere il lavoro per reati di opinione e subire la confisca arbitraria dei beni. Anche il diritto al lavoro non viene rispettato. I giovani universitari saharawi scioperano poiché sono discriminati rispetto ai coetanei marocchini quando si tratta di trovare un impiego.

Ciononostante da parte del popolo saharawi c’è la volontà di cancellare il passato, dimenticare le persecuzioni subite e collaborare pacificamente con il Marocco per il benessere del paese, il rispetto dei diritti umani e l’autodeterminazione.

 

Eva Serio

 

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